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Conferenze e convegni
1996
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Le conferenze del Saggiatore
Musicale
nell'ambito del dottorato di ricerca
attivo presso l'Ateneo Bolognese in collaborazione con "La
Soffitta", centro di promozione teatrale del Dipartimento di
Musica e Spettacolo dell'Università degli Studi di Bologna
Mario Armellini, L'opera seria:
fedeltà al dramma, tradimenti del testo
Bologna, Sala Kelsen, 22 febbraio 1996
- Che nel Settecento un dramma per musica
viva sulle scene in virtù degli adattamenti e delle
revisioni cui partitura e libretto vanno soggetti, è
cosa che suona oggi come cosa ovvia e risaputa. Meno
ovvie e risapute sono tuttavia le procedure e le
strategie che nell'arco di circa un secolo hanno regolato
quelle prassi di adattamento e revisione. Attraverso
l'esame delle varianti degli oltre cinquanta libretti che
oggi testimoniano la storia di riprese e reintonazioni
italiane (1704-1789) della Fede tradita e vendicata
di Francesco Silvani, si è tentato di isolare alcune
prassi ricorrenti nel mestiere del revisore d'opera, e in
alcuni casi di offrire motivazioni plausibili alla luce
ora delle esigenze del mercato melodrammatico, ora delle
correnti convenzioni teatrali, ora, più semplicemente,
delle contingenze organizzative. Dal confronto dei
diversi libretti emergono distinti comportamenti e
strategie a seconda che si tratti di revisioni effettuate
in vista di una reintonazione ("revisioni di
rinnovamento") o di una ripresa ("revisioni
d'uso"). Nel primo caso, la revisione ha per
finalità il riutilizzo di una struttura drammatica
"nuda", che andrà rivestita di musica ex
novo, senza ingombranti vincoli musicali dati a
priori oltre a quelli imposti dalle convenzioni
correnti. Nel secondo caso, l'obiettivo è quello di
mediare per quanto possibile tra le inevitabili modifiche
dettate dalle esigenze del cast e la forma già
data di una partitura, garantendo sempre le
"condizioni minime di rappresentabilità" di un
dramma per musica.
- Per i libretti riconducibili a
reintonazioni - che hanno luogo di norma solo nei
maggiori centri operistici della penisola - la revisione
porta generalmente ad uno stacco netto dalla tradizione:
per soddisfare un'idea di autonomia produttiva del
compositore o dei gestori del teatro, o per
"confondere" il pubblico, al quale si presenta
un dramma che assomiglia, ma non è quello che già
conosce (nel terzo decennio del secolo, dall'estinzione
della generazione di Zeno, Silvani e Salvi alla
diffusione dei drammi metastasiani, il rimaneggiamento di
vecchi drammi è l'unica possibilità per ottenere drammi
nuovi di qualità). Per i libretti riconducibili a
riprese ogni preoccupazione sembra collegata alla
necessità di "andare in scena" nel migliore e
più economico - in termini di tempo e denaro - dei modi
possibili. Ciò che resiste maggiormente nel passaggio da
una ripresa all'altra è l'insieme dei recitativi, mentre
il corredo di arie, ad onta dell'importanza che il puro
canto riveste nella rappresentazione di un dramma per
musica, appare invece ridiscutibile di volta in volta. La
cosa trova una giustificazione nella pratica teatrale:
ciò che "mette in scena" il dramma dal punto
di vista musicale è il recitativo, il tessuto di scene e
di situazioni che dà luogo alla narrazione drammatica e
all'interno del quale le arie, siano esse della
provenienza più disparata, trovano una giustificazione
drammatica - spesso a prezzo di interventi minimi di
adattamento - in virtù del loro alto tasso di
fungibilità.
Alessandra Fiori, La musica nei
commenti medievali alla "Divina Commedia"
Bologna, Sala Kelsen, 29 febbraio 1996
- I "luoghi" musicali nella Divina
Commedia sono numerosi, così come le similitudini
che dalla musica prendono spunto. La Commedia è
qui, però, solo il pre-testo, lo sfondo sul quale si
avvicendano e si intrecciano discorsi sulla musica emersi
dall'esame di due secoli di critica dantesca: da Jacopo
Alighieri a Cristoforo Landino. Il commento, testo al
servizio di un altro testo, perde il suo carattere
originario per divenire esso stesso fonte primaria: ogni
esegeta chiamato a commentare i contenuti musicali della Commedia
vi trasferisce sempre parte del suo "vissuto",
delle sue conoscenze (siano anche passi di Boezio o
Isidoro citati alla rinfusa) o della sua esperienza.
L'indagine sulla critica si è rivelata utile per uscire
dalla "finzione" che condiziona e inibisce la
curiosità degli storici tutte le volte che si trovano
alle prese con descrizioni musicali tratte da fonti
letterarie: se nella Commedia la musica è
sempre un'esperienza ineffabile, un'emanazione divina
senza riscontro nella realtà terrena (l'unico canto in
cui si parla di musica concreta è il secondo del
Purgatorio, il canto della nostalgia, nel quale la
canzone intonata da Casella arriva ad incarnare, per le
anime penitenti, le gioie da poco lasciate della vita),
nei suoi commentatori essa si riappropria della sua
concretezza ed attualità. Dall'indagine sistematica
sulla letteratura esegetica emergono interessanti notizie
sulla pratica vocale, strumentale e coreutica, ed
informazioni di carattere teorico-musicale e
organologico. In continua oscillazione fra l'esperienza
concreta della prassi e l'approccio colto della teoria,
ciò che può colpire oggi il lettore è la scissione in
due concetti differenti di ciò che chiamiamo
semplicemente musica: nelle fonti esaminate il nostro
vocabolo è sufficiente solo a coprire il campo semantico
legato all'ambito speculativo, mentre la pratica musicale
è sempre definita col termine sono. Si tratta
di differenze lessicali che ne implicano di sostanziali,
di indizi di una mentalità musicale molto diversa dalla
nostra che se per un verso non avrebbe mai permesso di
assimilare sotto la stessa definizione una disciplina del
Quadrivium all'esibizione di un cantimpanca, per
l'altro, quando per esempio la parola danza è
tradotta con l'espressione latina cantus,
guardava come ad un unica manifestazione ciò che noi
oggi distingueremmo in melodia, ballo e poesia. Ciò che
comunque sorprende di più è come nella letteratura
esegetica dantesca passino senza lasciare traccia due
secoli di musica: su 15 commentatori, solo due fanno
qualche riferimento alla pratica della polifonia d'arte,
mentre molto più spesso ci si richiama a contesti
musicali in cui "memoria" ed "uso"
sono ancora i principali canali di diffusione del
repertorio.
Claudio Toscani, Invenzione e
parodia: il metodo compositivo di Vincenzo Bellini
Bologna, Sala Kelsen, 7 marzo 1996
- Dell'originalità del suo stile Bellini
ebbe perfetta coscienza, come l'ebbero i contemporanei
che in lui videro l'iniziatore di una nuova
"maniera"; altrettanto acuta fu nel musicista
catanese la consapevolezza che tale originalità poggiava
su un metodo compositivo atipico rispetto alla prassi
abituale degli operisti dell'epoca. L'indagine sul metodo
belliniano, dunque, al di là dei contributi che non di
rado fornisce alla filologia testuale - quando chiarisca
le intenzioni del compositore in passi all'apparenza
oscuri o incongruenti - può contribuire in modo decisivo
a mettere a fuoco una personalità artistica quanto mai
sfuggente, alla cui comprensione non ha certo giovato
l'abbondante letteratura agiografica fiorita da un secolo
e mezzo a questa parte. Le conoscenze sul metodo
compositivo di Bellini non mancano: del compositore,
oltre ai principi drammaturgici, conosciamo il ruolo
attivo nell'ideazione dell'orditura drammatica, la
partecipazione alla fase preparatoria ed alla stesura
stessa del libretto, le idee, formulate in più
occasioni, sul rapporto tra musica e testo poetico.
Condizionate almeno in parte dal mito del personaggio,
queste testimonianze tuttavia sono meno utili dell'esame
diretto delle fonti musicali (partiture autografe,
schizzi, frammenti, versioni rigettate), fino ad oggi mai
studiate sistematicamente.
- Non diversamente dai compositori d'opera
coevi, Bellini è solito stendere un abbozzo della
partitura, comprendente le parti vocali al completo e
indicazioni occasionali per quelle strumentale, lasciando
in bianco gli spazi che riempirà successivamente in fase
di orchestrazione; si differenzia però dai colleghi in
quanto fa precedere questo lavoro da un lungo lavoro
preliminare in cui fissa ed elabora appunti di varia
natura. Questi consistono di semplici idee melodiche
prive di testo, "scorte" cui attingere nel
momento della composizione vera e propria, oppure di
abbozzi più lunghi che prefigurano scene, recitativi o
sezioni intere di pezzi solistici o d'insieme. L'esame
degli abbozzi rivela un processo compositivo faticoso e
tormentato, tutt'altro che spontaneo, e teso al continuo
perfezionamento: la redazione definitiva della partitura
è preceduta da un lungo lavoro di lima, da ripensamenti
e rifacimenti che non cessano neppure dopo la
strumentazione o la prima rappresentazione dell'opera. E
rivela altresì che nella melodia risiede il nucleo
primario del processo creativo belliniano: una melodia
che viene tornita e cesellata con un'accuratezza nuova
rispetto ai compositori coevi, che è arricchita da un
numero eccezionale di indicazioni agogiche, dinamiche,
espressive, e che possiede un carattere ben individuato e
riconoscibile. La centralità dell'invenzione melodica
spiega anche il frequente ricorso alla parodia nelle
opere belliniane: che si tratti di ripresa quasi
letterale o di rielaborazione assai libera, per Bellini
il processo rappresenta un potente alleggerimento
psicologico.
Emanuele Senici, Amina, Linda, Luisa:
tre vergini d'alta montagna
Bologna, Sala Kelsen, 28 marzo 1996
- La letteratura critica sulla Luisa
Miller di Verdi ha interpretato lo spostamento
d'ambientazione dalla città tedesca della schilleriana Kabale
und Liebe al villaggio tirolese del libretto di
Cammarano come un tentativo di spoliticizzare il dramma
per mettersi al riparo dagli strali della censura. È
proprio l'ambientazione alpina, tuttavia, che insieme
alla trama permette di accostare Luisa Miller ad
alcune opere semiserie, in particolare alla Sonnambula
di Bellini e a Linda di Chamounix di Donizetti.
Le caratteristiche che definiscono il genere dell'opera
semiseria nel primo Ottocento si possono così
riassumere: una trama sostanzialmente seria che non
comporta la morte di alcun protagonista, un lieto fine e
la presenza di un buffo tra i personaggi principali. A
partire dalla metà degli anni quaranta, però, l'enorme
successo della Sonnambula e di Linda
aggiunge a queste caratteristiche l'ambientazione alpina
e la presenza tra i protagonisti di una vergine la cui
lodatissima innocenza è dapprima minacciata da un
nobile, di solito estraneo alla comunità alpina, e poi
serbata per l'amato, un tenore a lei socialmente
superiore.
- Collocare Luisa Miller nel
contesto dell'opera semiseria alpina aiuta a spiegare
alcuni dei suoi tratti più rimarchevoli, finora mai
compresi appieno (una sinfonia monotematica e una
cabaletta a far da cavatina per il soprano), come pure
alcuni strani episodi nella sua recezione ottocentesca. E
consente di interpretarne la traiettoria dall'idillio
semiserio alla tragedia come un tentativo da parte di
Verdi e Cammarano di mettere in opera una fusione dei
generi, diversa dalla mescolanza di comico e tragico
d'ispirazione shakespeariana spesso chiamata in causa per
il Verdi di questi anni. Tale traiettoria si può poi far
risuonare degli echi della rivoluzione quarantottesca e
del sanguinoso ritorno delle truppe austriache al pieno
controllo dell'Italia settentrionale, nei primi mesi del
1849. Per concludere, a corollario di queste ipotesi si
può asserire che nell'interpretazione della carriera di
Verdi e, più in generale, dell'opera italiana
ottocentesca, questioni di ambientazione, genere e classe
sociale contano almeno quanto gli approcci di tipo
analitico e formale oggi in voga nel campo degli studi
verdiani.
Marco Mangani, "Da Napoli
s'invia / sciocca talor canzone villanella". La musica
leggera di Giaches de Wert
Bologna, Sala Kelsen, 18 aprile 1996
- Nell'ambito di una più ampia indagine
sulle forme minori mantovane tra Cinque e Seicento, si
tratta qui de Il primo libro delle canzonette
villanelle a cinque voci di Giaches de Wert (Venezia,
Gardano, 1589). L'attenzione è rivolta ad un gruppo di
composizioni per le quali è possibile individuare un
modello ne Il primo libro delle villanelle et arie
alla napolitana a tre voci di Ruggiero Giovanelli
(Venezia, Vincenzi, 1588). L'elaborazione di una
composizione a tre voci per un organico più vasto è
prassi privilegiata, nel Cinquecento, per l'assunzione in
ambito colto del repertorio "minore"; nel corso
del secolo tale prassi si evolve dall'adozione della
linea superiore del modello quale tenor della versione
elaborata (Willaert), verso una pluralità di possibili
procedimenti (Lasso, Ferretti). L'analisi delle
composizioni di Wert pone in luce un'attitudine del tutto
personale. Le villanelle di Giovanelli mostrano tutti i
tratti distintivi del genere: dalla sostanziale omoritmia
all'adozione di procedimenti "vietati" (quinte
parallele). Per valutare l'entità dell'intervento di
Wert si sono indagati i seguenti parametri: 1)
consistenza e modalità d'impiego del materiale
originale; 2) rapporto omoritmia/imitazione; 3)
ripetizioni minori (retoriche) e ripetizioni maggiori
(strutturali), 4) verticalità. Quanto al primo punto, il
canto dell'originale è utilizzato da Wert per intero,
non però in una sola voce ma smembrato nelle singole
frasi affidate in successione alle diverse voci, mentre
l'alto offre all'elaborazione solo spunti occasionali.
Più complessa e interessante la situazione del basso
che, pur accolto nella sostanza nel basso della versione
posteriore, è sottoposto a modifiche in buona parte
connesse a scelte di verticalità.
- Già dal fatto che il canto originale è
frammentato da Wert nelle varie voci, si ricava che la
scrittura imitativa è nelle sue elaborazioni
preponderante (conformemente alla prassi madrigalistica
più aulica, l'omoritmia è destinata a precisi effetti
espressivi). Quanto alle ripetizioni Wert si mostra
piuttosto libero: introduce a scopo retorico, specie in
prossimità di cadenza, ripetizioni minori assenti nel
modello; e interviene, modificando l'arcata formale di
Giovanelli, con ripetizioni maggiori che comportano
trasposizione tonale o addirittura sovrapposizioni tra la
ripetizione maggiore nelle voci inferiori e l'enunciato
della frase successiva al soprano (prassi questa che
esalta un ruolo "solistico" del canto).
- Dal punto di vista della verticalità, si
propone qui un metodo di designazione degli agglomerati
simultanei - ancora in fase di elaborazione - poggiante
sulle denominazioni esacordali (tanto la "triade
maggiore" basata sulla classe d'altezze re
in proprietà di bemolle quanto quella basata sulla
classe d'altezze la in proprietà di natura
verranno designate col simbolo La). Così è
perfettamente chiaro ciò che di Giovanelli resta
inalterato in Wert e ciò che invece subisce
modificazione, come avviene, ad esempio, per certi esordi
in maggiore del modello, caricati da Wert d'intensità
espressiva grazie all'impiego di sonorità minori.
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